martedì 27 maggio 2014

PARZIALE RESURREZIONE PER ANASTACIA


"Resurrection" è il titolo del nuovo lavoro di Anastacia, che arriva dopo le turbolente vicissitudini di salute che l'hanno vista sua malgrado protagonista negli ultimi tempi (la cantante è stata operata per la seconda volta di cancro al seno). A onor del vero però il titolo inneggia ad una rinascita che, almeno per quanto riguarda il punto di vista musicale, c'è stata solo in parte. Intendiamoci: il disco è più che valido (specie se confrontato con l'album di cover dato alle stampe qualche tempo fa o, peggio ancora, con l'orribile precedente lavoro di inediti "Heavy Rotation") tuttavia nei 10 nuovi brani proposti - 14 per quanto concerne l'edizione deluxe - non se ne trova neanche uno in grado di continuare il meraviglioso discorso intrapreso con i primi grandi successi del tipo "I'm outta love", piuttosto che "One day in your life"... Certo, si tratta comunque di buone canzoni che, nel caso specifico di "Lineline" e "Apology" sono da pelle d''oca (per non parlare della vibrante slow version de "Left outside alone - part II") ma nella maggior parte delle tracce, da "Evolution" a "Staring at the sun", passando per il singolo di lancio "Stupid little things", ritmo e sentimento si alternano senza eccellere, fatta eccezione, ovviamente, per la sua sempre portentosa voce. L'impressione finale è che Anastacia abbia raccontato molto di se e del suo percorso di sofferenza a scapito di un'energia e di una spensieratezza che avevano invece caratterizzato le prime hit in precedenza elencate. Per questo, benché il suo ritorno sia più che gradito e l'album sia assolutamente promosso, l'ascolto di "Resurrection" genera comunque un amarognolo retrogusto.

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Il video di "Stupid little things", girato in Nevada, protagonista Anastacia
(Chicago USA, 17 settembre 1968, Vergine) 




















Sito ufficiale: WWW.ANASTACIA.COM

lunedì 24 febbraio 2014

SANREMO 2014: TREMENDO,TERRIFICANTE, TERRIBILE!

Cosa mi fossi fumato lo scorso anno per parlar bene di Fazio e della Littizzetto, Dio solo lo sa… In effetti, ora che sono rinsavito, mi rendo conto di come questa coppia – impropriamente paragonata ai mitici Vianello / Mondaini – e nuovamente al timone della manifestazione canora più importante di sempre, vada un tantino ridimensionata. Lui ha la presenza scenica di un invertebrato, la faccia da tonto e battute talmente buoniste da far sembrare DJ Francesco un criminale di prima categoria; lei, una sorta di Cita dei giorni nostri con tanto di decolorazione, voce stridula e parlata volgare, neanche quando presentava i vari cantanti/direttori d’orchestra ha smesso per un secondo di fare la deficiente. E li hanno pure pagati per rovinare quel che già restava del Festival. Ma veniamo alla manifestazione in se: come lo scorso anno due brani per cantante, uno dei quali inutile, poiché immediatamente eliminato per far sì che il prescelto (attraverso il televoto) potesse accedere di diritto alla finale. Geniale come la gente sappia scegliere i capolavori: le uniche canzoni davvero belle, “Invisibili” di Cristiano de André, “Un abbraccio unico” di Ron e “Un uomo è vivo“ di Frankie HI NRG MC sono state fatte fuori al primo colpo. De Andrè si è rifatto con il premio della critica specializzata, che ha voluto sottolineare la profondità di una canzone neanche troppo vagamente in stile Gotye. Comunque, oltre a questi brani, qualcosa di decente si è sentito: gli ironici Perturbazione, Riccardo Sinigallia (poi escluso perché il brano presentato era già stato eseguito, condizione secondo regolamento inaccettabile), l’allegria di Giuliano Palma, con una canzone molto ‘Nina Zilli style’, Noemi, Giusy Ferreri in cerca di rilancio… ma alla fine a spuntarla è stata Arisa, con “Controvento”, pezzo indubbiamente fischiettabile ma davvero bruttino, specie se paragonato all’ottima “La notte”, con cui Rosalba (Pippa, n.d.r., il vero nome di Arisa) arrivò seconda due anni fa. A mandarla in vetta, dato che le prime proiezioni davano in testa il favorito della vigilia Francesco Renga (votatissimo dal pubblico a casa, femminile soprattutto), ci ha pensato la giuria di “qualità”, capitanata nientemeno che da un regista cinematografico: Paolo Virzì. Eppure qualcosa devono averci capito se hanno evitato che il riccioluto marito di Ambra si accaparrasse la prestigiosa statuetta per la seconda volta; proprio lui, un tempo vocalist di una rock band di quelle con gli attributi, i gloriosi Timoria, ora invitato in diretta da Kekko Silvestre ad aprire i concerti dei Modà; che triste destino! E Antonella Ruggiero, cosa c’entrava con il Festival? Da quando ha abbandonato i Matia Bazar ci è tornata ripetutamente; peccato che invece che portarci buone canzoni ogni volta pare intenzionata più che altro a dimostrare quali straordinari vocalizzi sia in grado di fare con il risultato che, quest’anno in modo particolare, i pezzi proposti fossero davvero orrendi. Vien quindi da chiedersi: con delle canzoni simili che mercato può avere una come lei nell’attuale panorama musicale italiano? Risposte a cui solo Fazio potrebbe rispondere dato che, a quanto pare, l’ha insistentemente voluta fra i partecipanti. E il caro Fabio, che prima dell’inizio della kermesse andava sbandierando un po’ ovunque la sua intenzione di riportare i giovani al Festival, fra gli altri ha chiamato sul palco – udite, udite – le redivive Gemelle Kessler e il mago Silvan!! In effetti mio nipote, che è in terza media e proprio in quei giorni doveva svolgere una ricerca sui fossili, prontamente avvertito si è subito sintonizzato su Raiuno. Fra gli altri superospiti, più o meno di dubbio gusto, almeno ci è stato dato di sentir cantare Cat Stevens, ora Yusuf: certo anche lui non è di primo pelo, ma a uno che ha scritto “Father and Son” si perdona tutto. E poi almeno si regge ancora in piedi senza particolari difficoltà! In scena, altro punto dolente, anche Claudio Baglioni e Luciano Ligabue, con un medley di loro successi. Ma perché, mentre altri cantanti di tutto rispetto se la giocano partecipando alla gara, i due succitati vengono invitati in qualità di guest star relegando automaticamente gli altri performers a cantanti di serie B? Ligabue poi cosa c’entrava? Lui che proviene dal Festivalbar? Mistero, come profetizzò Enrico Ruggeri in quel buon Sanremo Baudesco (Pippo: we want you back!) del 1993. Non è andata meglio la serata dedicata ai duetti, dove si è deciso di omaggiare la canzone italiana in generale. Forse, data la sede, sarebbe stato più opportuno omaggiare il Festival e i tantissimi brani che negli anni ne hanno costruito la storia invece che sentire riletto Paolo Conte o “Il mare d’inverno” della Bertè. Oltretutto qualcuno avrebbe dovuto spiegare (sempre a Fazio) che il mondo musicale è andato avanti alla grande anche dopo “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli, altra cariatide, o a scelta guest-star ammuffita di turno. Non che si voglia à tutti i costi parlare male del Festival, è proprio che quest’anno - al di là della mancanza di fiori, degli operai contestatori e della scenografia un po’ troppo scura - ha fatto davvero pietà! Alla fine, dicevo, ha vinto Arisa con “Controvento”. E Fazio che, mentre lei la eseguiva, goffamente le si è avvicinato applaudendo a tempo di musica come a voler coinvolgere tutti quanti un una gran festa che purtroppo c’è stata solo nella sua testa. Ma forse se ne è reso conto lui stesso quando ha visto che gli indici di ascolto hanno segnato un crollo di oltre tre milioni di telespettatori.

Cristiano de Andrè, (Genova, 29 dicembre 1962, Capricorno), figlio del compianto Fabrizio (e non come potrebbe sembrare guardandolo di Richard Benson) interpreta "Invisibili", una delle poche vere belle canzoni di quest'anno. La canzone, ingiustamente eliminata dalla serata finale, ha poi conquistato il prestigioso Premio della Critica. 

mercoledì 29 gennaio 2014

GOODBYE???

Oggi ho avuto le lacrime agli occhi… un po’ perché sarebbe il compleanno di mia mamma che da ormai quasi 30 anni non c’è più, un po’ perché ho saputo che un ragazzo che ho conosciuto circa due anni fa, neanche tanto bene per la verità, se ne va via dalla Svizzera per aprire un ‘baretto’ a Rimini. Questa notizia mi ha rattristato, non tanto per lui in se, ma perché - once again - mi fa capire che tutto è costantemente in movimento, quindi in bilico e non c’è, ahimè, niente di definitivo... concetto assai difficile da digerire quando per poter stare davvero tranquilli a questo mondo ci sarebbe bisogno di maggior stabilità! Ma, come è già stato detto: ‘del doman non v’è certezza’… E neanche dell’oggi, aggiungo io a questo punto! ;-) Comunque, quando ho conosciuto il ragazzo di cui sopra stavo rientrando in pista da una pericolosa ‘sbarellata’ durata tanto tempo e talmente sofferta da costringermi a ‘misure estreme’ per rimettermi in carreggiata. Anyway: ho iniziato con un caffè d’orzo dopo il nuoto al Bar L. (posto che già frequentavo da una vita), ho ripreso a cercare un contatto con gli altri, un giorno uno sguardo, un giorno un parola in più e piano piano ci si rimette anche da un’esperienza terribile. Posso dire adesso che anche quella è diventata un ricordo… e questo mi rende gli occhi lucidi, non certo per il dissolversi di un periodo nerissimo, bensì per le piccole tenui luci che andavano ritornando nella mia vita attraverso, appunto, la ricostruzione del rapporto con il mio prossimo, camerieri inclusi. Queste sfumature le ricorderò con tenerezza. Poi Daniel, questo è il nome del ragazzo, fu licenziato ma io intanto ero/sono tornato in grado di rapportarmi al mondo esterno come ho sempre fatto prima dell’ ‘incidente’. In seguito l’ho rivisto in una discoteca, il blu Martini e quindi quest’oggi, quando mi ha comunicato della sua partenza. Dopo averlo salutato ho ripensato al periodo di cui sopra, ai primi bagni al lido esterno, al rientro il tardo pomeriggio nei sobborghi della città... Mi rendo ben conto che è tutto passato e che sono nuovamente proiettato verso le mie ‘mete favorite’ ma, come per tutte le cose, faccio fatica a ‘lasciar andare’, anche se si tratta dei più brutti/difficili mesi della mia vita. Dicevo: ‘faccio fatica a lasciare andare’; immagino perché vorrei essere eterno, o più semplicemente perché non vorrei essere mai solo, quindi mi affeziono alle persone, alle cose, ai momenti e mi manca una vera famiglia, un nucleo... o forse per entrambi i motivi! Ma poi, mi chiedo, esiste davvero quello che vado cercando come fosse l’isola che non c’è? Ad ogni modo so che non dimenticherò mai questo giovane, così com’è successo nei confronti di tutto ciò che durante la mia esistenza mi ha in qualche modo colpito! Magari non ci rivedremo più, oppure un giorno incrocerò il suo sguardo in quel di Rimini e berrò al suo bar di ritorno da qualche spiaggia… oppure ancora ci si rincontrerà a Lugano, chi lo sa!? Del resto preferisco lasciare aperte le possibilità di un nuovo incontro piuttosto che avere una visione tragicamente definitiva e fin troppo ‘De Amicisiana’ del tutto (la ‘famosa’ questione degli addii alla libro ‘Cuore’ che in fondo, anche per via di quanto mi è successo, tanto mi hanno influenzato). E poi, a pensarci bene, le vie del Signore sono pur sempre infinite, almeno quelle! 




A PARTIRE DA QUEST'OGGI ESTASICLAMOROSA DIVENTA UN BLOG TOTALMENTE MUSICALE... FORSE! :-) RINNOVO IL MIO AFFETTO PER CHIUNQUE PASSERÀ DI QUI E MI PENSERÀ ALMENO UN PO'!


                                LUCA                                 

venerdì 29 novembre 2013

MUSIC REVIEWS: CELINE DION, LADY GAGA, ROBBIE WILLIAMS, PABLO MENEGUZZI, JOHN LEGEND

CELINE DION – LOVED ME BACK TO LIFE
Ne è passata di acqua sotto i ponti da “A new day has come” (“2002) e Céline Dion, dopo qualche album in francese e qualche ‘progetto alternativo’, torna a proporre un intero cd di inediti in lingua inglese. Peccato che il risultato sia scontato come una giornata fredda il mese di dicembre: solita voce (bellissima, per carità), soliti testi tanto strappalacrime da disgustare persino la Pausini e solita pessima cover (stavolta si tratta di “Overjoyed”) che la cornacchia… oops, pardon, l’usignolo del Quebec, canta insieme all’interprete originale, Stevie Wonder.




LADY GAGA - ARTPOP
Dopo il pluridecorato ma pessimo “Born this Way”, Stephanie Joanne Germanotta alias Lady Gaga torna in pista con questo ambizioso “Artpop”, che decisamente gli è superiore anche se, a onor del vero, non paragonabile al mitico “The Fame”, con cui ha esordito quattro anni fa. 15 brani più o meno tutti godibili, con picchi verso l’alto per l’ipnotica canzone che dà il titolo al lavoro, per “Gypsy”, l’allegra “Donatella“ (dedicata alla Versace) e, naturalmente, il duetto con R. Kelly “Do what you want”, forse l’episodio più riuscito dell’intero cd. Trascurabile il singolo “Artpop”, così come non lasciano il segno altri pezzi quali “Venus” oppure il lento “Dope”; peggio ancora se Gaga si mette a rappare (come nella traccia numero 6). Bénché non stia andando bene il disco è comunque più che piacevole, anche se va detto che la popstar si autocita un po’ troppo (la succitata “Do what you want”, per esempio, ricorda molto da vicino il suo cavallo di battaglia “So happy I could die”). Per non parlare delle idee scippate qua e là alla rivale Madonna, che culminano in plagi più o meno evidenti (nel caso di “Fashion/Holiday”, assolutamente evidenti!). E a proposito: chi pensava che Gaga fosse la nuova Ciccone a questo punto non potrà che ricredersi: è forte ma siamo davvero su due pianeti diversi.



ROBBIE WILLIAMS – SWING BOTH WAYS
Dopo l’album “Take the Crown” (2012) e un tour che lo ha portato un po’ ovunque ritemprando un filino la sua immagine di popstar, l’(ancora) ex-Take That Robbie Williams torna a cimentarsi con un album di classici così come magistralmente fece nel 2001, diventando attraverso “Swing when you're Winning”, uno dei casi musicali del periodo. Questo “Swing both Ways”, va chiarito subito, è qualitativamente inferiore ma è comunque un ottimo album dove, fra le altre cose (e per fortuna), Robbie torna a collaborare con quel Guy Chambers che gli ha co-prodotto alcune fra le sue più belle canzoni e che qui, grazie allo strepitoso singolo “Go Gentle”, fra nuovamente centro. Il resto del disco si gioca su avvincenti duetti (con Michael Bublé, piuttosto che con Lily Allen o Rufus Wainwright) e classici senza tempo (“Putting on the Ritz”, giusto per citare).  La differenza principale rispetto a “Swing when you’re winning”, inciso quando Williams era poco più che un pivello, è che adesso questo repertorio gli è più consono per età; questo però è anche il motivo per cui viene a mancare il folgorante elemento sorpresa che, insieme alla scelta dei brani, fece la fortuna del primo episodio.



PABLO MENEGUZZI - ZERO
Meneguzzi ha lo straordinario dono della profezia: è infatti riuscito ad intitolare il suo album azzeccando in pieno il numero di copie che avrebbe venduto! Scherzi a parte, in questo suo nuovo lavoro, che il cantautore descrive intimo a tal punto da decidere di tornare a chiamarsi con il suo vero nome, troviamo diversi brani che in verità non si discostano molto dal repertorio cui ci ha abituati, sia per quanto concerne le parole sia per le musiche. Un vero peccato poiché a testi adolescenziali e suoni di facile presa potrebbero subentrare canzoni di maggior spessore che, date le indubbie qualità canore del giovane, gli garantirebbero più credibilità e probabilmente anche un pubblico trasversale, fatto non solo di ragazzine. Una curiosità: l'album non è stato reso disponibile sui principali portali ma va acquistato in negozio.



JOHN LEGEND - LOVE IN THE FUTURE
Al giorno d'oggi quando si dice soul si pensa immediatamente a John Legend e non è certo un caso, poiché il cantante americano (nato a Springfield, Ohio, nel 1978), tale credibilità se l'è costruita guadagnandosi la stima di critica e pubblico album dopo album. In questo nuovo "Love in the Future", ispirato per sua stessa ammissione dalla storia d'amore con l'adorata moglie, l'anima di Legend emerge in modo ancor più intenso ("All of me"), romantico, ("Made to love") passionale ("Save the night"), il tutto grazie a testi profondi e a musiche talvolta scarne/essenziali ma comunque avvincenti e, al solito, intrise di sensuale R&B ed impreziosite dal gioco pianoforte-voce (particolarmente calda) che da sempre contraddistinguono questo artista. Nell'edizione deluxe c'è anche un duetto con Seal.

martedì 22 ottobre 2013

MUSIC REVIEWS: PEARL JAM, STING, CHER, PLACEBO, TRAVIS, ONEREPUBLIC, ELTON JOHN, KINGS OF LEON

PEARL JAM – LIGHTNING BOLT
Una certa critica rimprovera ai Pearl Jam di essersi allontanati un po' troppo dalle sonorità particolarmente dure degli esordi, culminate in quello che viene considerato il loro capolavoro: l'album “Ten”. In realtà, benché il sound si sia in effetti ‘ammorbidito’, anche in seguito hanno dato alle stampe dischi di indubbio valore, basti pensare all’ottimo “Backspacer” (2009). Questo “Lightning Bolt”, che ne è il seguito, mette insieme i due aspetti di questa band: quello poderosamente rock con quello più intimista e d’atmosfera. Il risultato è sicuramente buono e il disco funziona, anche se a tratti si ha l’impressione che, trattandosi di un'istituzione come loro, si poteva fare qualcosa in più.



STING -  THE LAST SHIP
Dieci anni di attesa perché, dice lui, mancava l’ispirazione. Sting, sempre più vecchio e più saggio, ritorna ora con un album intenso, nel quale si percepisce un grande senso di nostalgia per la vita che passa, concetto che (come dargli torto), deve pesargli non poco. Pensato per un musical, “The last ship” è un disco molto suonato, dove strumenti antichi ed intense melodie si alternano a violini e cori folkloristici in un mix dal sapore realmente teatral-cinematografico. D'altra parte queste erano le intenzioni. Si tratta di un cd ‘gitano’, anche se spesso totalmente privo dell’elemento 'divertissement', che però in effetti ti permette di salpare verso mari lontani con l’impressione, a tratti angosciante, che si tratti di un viaggio senza ritorno. Una metafora della nostra esistenza? Ad ogni modo valido, anche se un po’ ostico.



CHER – CLOSER TO THE TRUTH
Dopo undici anni dall'ultimo album di inediti, Cher ritorna con un nuovo lavoro dove a farla da padrone, nuovamente, è il pop simil-‘Believe’ che le ha ridato una seconda giovinezza in termine di vendite. Avvalendosi della collaborazione di Paul Oakenfold (autore del non troppo riuscito brano di lancio “Woman’s World), dell'immancabile Diane Warren e addirittura di P!nk (che le regala ben due brani), questa leggenda vivente dimostra, alla veneranda età di 67 anni, di avere ancora una voce capace di incantare (basti acoltare “Sirens” e/o la cover di Miley Cyrus “I hope you find it”), oltre ad un’immagine assolutamente irresistibile (alla faccia dei mille lifting!). La parte dance, pur discreto-buona, è sicuramente meno intensa di quella dedicata alle ballads, dove l’artista dà il suo meglio, ma nel complesso il disco - specie se confrontato con alcuni suoi memorabili albums del passato (“It’s a man’s world”, “Heart of Stone”) - non è granchè.



PLACEBO – LOUD LIKE LOVE
Questo nuovo lavoro dei Placebo è la dimostrazione che non sono solo i loro due primi album a dover essere ritenuti validi. Partendo infatti dal singolo “Too many friends” e proseguendo in tutte le altre tracce, il gruppo snocciola un totale di 10 brani in bilico fra atmosfere gotico-dance alla Depèche Mode/Sonic Youth e rock elettronico dall’eco metallico tanto quanto la voce di Brian Molko. Difficile scegliere i pezzi migliori, forse i lenti, come: "Beginning the end" e/o "Bosco", lunghi e particolarmente emozionanti; ma anche l'energia profusa in quelli più veloci ("Scene of the crime", n.d.r.) ha un suo valore. E non vi è dubbio che il colore che rappresenta meglio questo disco è il grigio: un po' deprimente ma perfetto per le giornate autunnali.



TRAVIS – WHERE YOU STAND
Sono ormai piuttosto lontani i fasti del video di “Sing”, che li ha lanciati per davvero, piuttosto che quelli dei brani d'esordio del tipo “What does it always rain on me”, eppure i Travis – ad ogni nuovo album – riescono ad essere raffinati e ad incantare l’ascoltatore con un genere che non stanca mai: quel british pop-rock carico di atmosfere rarefatte e rime intelligenti che (quasi) solo loro sanno ormai proporre. Forse non proprio tutti i brani sono riuscitissimi ma questo “Where you stand”, di classe anche per quanto concerne la copertina e l’artwork all’interno del cd, contiene almeno 2 gioielli: la traccia numero 7 “A different room” e, per chi acquista la versione deluxe (completata da alcune esibizioni live), il brano “Anniversary”.



ONEREPUBLIC – NATIVE
Uscito già da qualche mese, questo nuovo lavoro del gruppo di “Apologize” viene ora ricatapultato nelle zone alte delle chart grazie all’ottimo terzo estratto “Counting Stars*”, tra l’altro fresco numero uno delle classifiche inglesi davanti ad una sfilza di nomi di grosso calibro. Successo tutto meritato perché in effetti  trattasi di un disco ben confezionato, dalla prima canzone all’ultima. Il genere è un buon pop-rock melodico made in USA, che non disdegna incursioni nell’elettronica. I testi sono curati e mai banali (come recita il titolo si cerca di risalire all’essenza/primordialità delle cose) e gli arrangiamenti, pur scarni se confrontati con certe produzioni americane odierne, comunque efficaci. Il tema portante del lavoro potrebbe essere una sorta di ‘terra selvaggia’, idea nella quale - peraltro - l'attuale sound del gruppo si colloca davvero molto bene.




ELTON JOHN - THE DIVING BOARD
Dalla fine degli anni '80 in poi un lungo periodo dedicato agli eccessi ed al trash (culminato con un inquietante duetto insieme a RuPaul) poi, nel 2001, la rinascita, grazie allo splendido "Songs from the West Coast", cui hanno fatto seguito gli altrettanto validi "Peachtree Road" (2004) e "The Captain & The Kid" (2006). Ora, quale ulteriore conferma della ritrovata 'retta via', è la volta di "The Diving Board", in cui il mitico Reginald collabora insieme al fido paroliere di sempre: quel poeta di Bernie Taupin (colui che, giusto per intenderci, gli ha regalato i testi più memorabili della sua lunga carriera). Al solito ne esce un album malinconico eppure gioioso, intimo e toccante, all'insegna della buona musica e di tanti concetti profondi che favoriscono la riflessione. Il tutto accarezzato dalla melodia del suo piano, unico protagonista in tre pezzi strumental-sperimentali intitolati "Dream". Serie A.




KINGS OF LEON - MECHANICAL BULL
Il sesto album dei Kings of Leon, è quanto di meglio si possa trovare sulla scena musicale rock al momento. 11 tracce (13 nella versione deluxe) vibranti, tutte validissime e piene zeppe di emozioni, come peraltro anticipato dai singoli "Supersoaker" e, soprattutto, "Wait for me".  Anche in questo caso, come per altri artisti, la scelta - se di scelta si può parlare - è quella di alternare brani dal piglio veloce e 'chiassoso' ad altri più lenti e morigerati, sempre e comunque valorizzati dalla voce di Caleb Followill. Il sound miscela sapientemente rock, blues e musica cosiddetta 'alternative', intrisa qua e là da echi vintage e in altri casi impreziosita da sonorità più moderne. I testi, spesso romantici altre volte più 'aggressivi', colpiscono nel segno. Insomma: per chi vuole acquistare un gran bel disco che rimarrà nel tempo questa è proprio un'occasione da non perdere.

venerdì 11 ottobre 2013

INGHIOTTITI

Quante sciagure si leggono quotidianamente, specie in questi giorni : guerre, sbarchi non riusciti in quel di Lampedusa, omicidi, rapimenti, violenze... un quadro davvero agghiacciante e, quel che è peggio, immutevole nel tempo dato che in fin dei conti le cose continuano così da che mondo è mondo. Spesso si ha l'impressione, almeno per quanto mi concerne, che per una sorta di spirito di conservazione tutta questa interminabile serie di bruttezze non ci intacchi più di tanto anche perché, essendo all'ordine del giorno, ci ha obbligato, per non impazzire, a crearci degli indispensabili anticorpi emotivi. Eppure recentemente è avvenuta una disgrazia che mi ha affranto come da tempo non accadeva: la tragica scomparsa di un papà col suo bambino di sei anni, avvenuta per colpa del maltempo lo scorso weekend in Toscana. Una famiglia di Berna che sceglie la Maremma per le vacanze autunnali e vi trova la morte. Si faceva sera, avevano appena cenato e stavano rientrando in albergo quando la moglie nota un'enorme massa di acqua e detriti fuoriuscire dal fiume: in pochi istanti il disperato tentativo di salvarsi, lei esce dall'auto e il marito le dice di dirigersi al loro alloggio, dove la raggiungerà con il figlioletto. Tutto si consuma in un attimo: il tempo di lasciare che la donna si liberi e quando si volta per scorgere i suoi cari l'acqua li ha già portati via, inghiottedoli. Solo dopo due giorni li ritroveranno in un enorme mare di fango, lontani l'uno dall'altro alcuni chilometri per giunta, prima il piccino, poi il genitore. C'è da sperare che almeno non abbiano sofferto. Mi chiedo a questo punto cosa si possa aggiungere, cosa di possa dire. Credo di aver capito che la vera felicità, a volte cercata chissà dove o attraverso chissà che cosa, consista in realtà nel trascorrere del tempo con le persone che, al di là di tutta la marea di gente da cui siamo contornati, sono davvero importanti; quelle per le quali conti più di ogni altra cosa e loro contano più di ogni altra cosa per te. Per questo motivo sono scosso e infinitamente triste, dannatamente triste ed inconsolabile al pensiero che simili ingiustizie possano succedere e che una povera donna, nel giro di qualche minuto, abbia perduto tutto il suo mondo. Come si può essere totalmente felici, vorrei sapere, se qualcun altro fatto a nostra immagine e somiglianza è confrontato con un simile dolore? Forse, unico spiraglio di luce nel buio pesto di questa tragedia, dice giusto Giobbe nel capitolo 37: "molte cose restano inaccessibili alla nostra (presunta) intelligenza". In effetti, se così fosse un giorno ci sarà una spiegazione, una risposta anche per ciò che adesso proprio non ce l'ha. Ma più che tutto la signora di cui sopra si ricongiungerà con suo marito e con il suo bambino.


martedì 17 settembre 2013

LA GIUSTA CORNICE

''Cambia l'intensità della luce e l'estate si fa sempre più lontana;
arriva settembre, portando con se venti d'autunno
che più in là ci chiuderanno dentro le case.
D'improvviso, quella canzone ascoltata milioni di volte è ormai passata.
Si fa strada una melodia più tranquilla, più consona, diversa: 
la giusta cornice per questi giorni in cui il melograno è maturo
e il vigore degli alberi pare in qualche modo venir meno.
Riaprono i cancelli delle scuole,
milioni di ragazzi tornano su libri che aiuteranno a forgiare il loro futuro
mentre chi già li ha letti attende speranzoso che i bagliori di Natale
rischiarino un po' l'atmosfera''.

"A Different room" è tratta dal nuovo album dei Travis, intitolato "Where you Stand".

venerdì 1 marzo 2013

FESTIVAL DI SANREMO 2013


Luciana Littizzetto (Torino, 29 ottobre 1964, Scorpione) e Fabio Fazio (Savona, 30 novembre 1964, Sagittario),
già collaudata coppia di Raitre in "Che tempo che fa", hanno confermato il buon affiatamento anche alla
conduzione dell'evento musicale italiano per eccellenza.
Contrariamente a quanto mi sarei aspettato, quest'ultimo festival di Sanremo è stato uno di quelli di cui effettivamente ci si ricorderà, se non altro per la conduzione di Fabio Fazio e Luciana Littizzetto. La strampalata coppia è infatti riuscita a mettere in piedi una manifestazione che potenzialmente aveva diversi punti di forza, primo fra i quali il fatto di poter presentare due canzoni per artista, una delle quali avrebbe poi avuto accesso alla finale. Pure valida la trovata di dedicare spazio ad alcuni mostri sacri del Festival, dicasi Toto Cutugno, Albano (per la verità di lui avremmo fatto volentieri a meno) e i Ricchi e Poveri, poi non intervenuti per l'improvvisa quanto sconcertante dipartita de giovanissimo figlio di Franco Gatti. Ad ogni modo Cutugno in particolare, ripresentando dopo 30 anni "L'italiano", ha ben reso l'idea della potenza di Sanremo: una gara dove le canzoni che riescono a sfondare entrano di diritto nell'immaginario musicale collettivo, diventando automaticamente degli evergreen. Peccato però che fra i brani presentati in questa edizione non ci sarà l'erede di tale pezzo, anche se abbiamo comunque ascoltato qualche discreta canzone, a partire dal vincitore Marco Mengoni, con "L'essenziale", passando per quanto proposto da Raphael Gualazzi, Max Gazzé, Maria Nazionale, Almamegretta. Per quanto concerne i risultati, un motivo di disappunto potrebbe essere invece rappresentato dalle giurie cosiddette 'di qualità', dove il voto di elementi come Eleonora Abbagnato rischia di avere un peso eccessivo, ma questo è il gioco del Festival: se vota il pubblico da casa i critici non sono contenti, se c'è la giuria di qualità non è contento il pubblico a casa, e se si trova l'escamotage di bilanciare il voto di entrambe le categorie, com'è accaduto quest'anno, finisce che a non essere contenta è quella fetta di gente che di musica ne capisce davvero qualcosa. Ma torniamo per un attimo alla trovata di far cantare due canzoni ad ogni artista in gara: nella maggior parte dei casi è curioso notare che a passare il turno (una delle due canzoni veniva infatti eliminata dopo un primo ascolto), sia stato proprio il pezzo più valido; solo per gli Almamegretta (con un bel brano dei Tiromancino) e per Annalisa il risultato andava assolutamente sovvertito. Pure buona cosa che l'autorevolezza di un nome fra gli autori non abbia automaticamente imposto il passaggio del brano, nel senso che al pezzo del compianto Lelio Luttazzi per Simona Molinari, piuttosto che a quello di Gianna Nannini per Marco Mengoni, sono state preferite le altre canzoni, decisamente più belle; nel caso di Mengoni poi, non c'era proprio storia: il brano presentato era ed è cento volte meglio. E infatti ha meritatamente vinto, grazie anche all'interpretazione ad effetto dell'affascinante e talentuoso Marco, che ha sfoggiato voce ed eleganza impeccabili incantando praticamente tutti, tranne i soliti detrattori che lo hanno ingiustamente bollato come cantante da reality e quindi automaticamente votato dalle ragazzine; niente di più sbagliato, anche per il fatto che Mengoni è uscito da "X-Factor", dove trionfò, da ormai quasi tre anni. Ma è troppo difficile per i soliti giornalisti che ormai fanno muffa all'Ariston dai tempi antichi dire che stavolta ha vinto il più meritevole: loro, quelli da cui il Festival dovrebbe davvero svecchiarsi, tifavano in massa Elio e le Storie Tese, tanto da fargli vincere l'ambito premio della Critica. Per carità, Elio è simpatico, ma le sue canzoni non aggiungeranno mai nulla al mercato, voglio dire: benché gli Elii siano ottimi musicisti, non è da dei pagliacci come loro che nascerà la canzone destinata a diventare uno degli evergreen sanremesi citati all'inizio del post! E sempre a proposito di evergreen: una menzione speciale la merita la bella serata del venerdì, dedicata alle canzoni ed ai personaggi che hanno fatto la storia del Festival; da "Almeno tu nell'universo" di Mia Martini, per l'occasione ricantata neanche così eccezionalmente dalla novella Chiara Galiazzo, fino ad arrivare agli stessi Elio e le Storie Tese i quali, con l'ausilio di Rocco Siffredi (sì, proprio lui), hanno riproposto "Un bacio piccolissimo". Bene anche Marta sui Tubi, con la sempre incantevole ex-Matia Bazar Antonella Ruggiero, esibitisi in "Nessuno" e gli Almamegretta, in una riuscitissima quanto coinvolgente versione reggae de "Il ragazzo della via Gluck" di Celentano. Uno spettacolo godibilissimo, e quando è arrivato il turno di rivedere i 'figli d'arte' che maldestramente presentarono l'edizione del 1989, i veri appassionati di Sanremo non hanno potuto che provare una grossa nostalgia: in quell'edizione, vinta da Oxa/Leali con "Ti lascerò", passarono infatti pezzi come "Cosa resterà degli anni '80" di Raf, "Canzoni" di Mietta, la succitata "Almeno tu nell'Universo" di Mia Martini, "Non finisce così" di Riccardo Fogli, "Rifarsi una vita" di Sergio Caputo, "Le ragazze come me" dei Meccano, "Il poeta" di Marina Arcangeli... insomma: tanti di quei gioielli musicali che a definire Festival della canzone quello di adesso ci sarebbe di che vergognarsi! Simpatico ed azzeccato comunque, come si diceva, il connubio Littizzetto-Fazio: lui in particolare quando si è lasciato andare a qualche riuscita imitazione, abbandonando per un attimo la compostezza che è solita contraddistinguerlo, lei quando ha avuto modo di fare battute non antecedentemente preparate. E a 'benedire' la loro conduzione, sul prestigioso palco, anche uno 'stinto' Pippone nazionale che in quanto a favella è più arzillo che mai! I soliti ospiti illustri hanno a loro volta salutato la marea di telespettatori che ha sancito il trionfo di quest'edizione (si parla di uno share con punte vicine al 50% per circa 13'000'000 di contatti): l'ormai internazionale Andrea Bocelli, la giovanissima pianista inglese Birdy, Asaf Avidan, lo sportivo di turno e persino l'ex première dame Carla Bruni, ormai tirata come un pollo allo spiedo. Se nei big ha trionfato Marco Mengoni, fra i giovani - che al solito si sono esibiti a tarda ora -  la vittoria è andata ad Antonio Maggio, con la cabarettistica "Mi servirebbe sapere"; tutto sommato era giusto così, ma non si possono non citare i brani "Le parole non servono più", de Il Cile (il cui testo è stato premiato come il migliore dell'interna Manifestazione) e/o quello di Andrea Nardinocchi, "Storia impossibile", non fosse altro che per l'ottima e modernissima struttura musicale. E sempre a proposito di 'moderno', in fin dei conti questo è l'aggettivo più indicato per descrivere l'edizione appena conclusasi: anche se forse fra gli artisti sono mancati i grandi nomi e le canzoni destinate a passare alla storia appartengono ad altre edizioni, lo spettacolo offerto è piaciuto un po' a tutti, giovani inclusi, e l'epilogo della gara è più che mai confermato dalla vendite dei dischi, visto che Marco Mengoni svetta primo nelle classifiche i-Tunes da ormai 15 giorni! Un ultimo appunto, che però ricorre già da qualche anno a questa parte: la stellare scenografia, pur elegantissima, mancava un po' di luce mentre sul palco, benché si fosse a Sanremo, non si sono visti i bei fiori che da sempre rappresentano il simbolo di questa città, e di conseguenza dell'adorato Festival!

La bella canzone "L'essenziale" di Marco Mengoni (Ronciglione, VI, 25 dicembre 1988, Capricorno),
trionfatrice assoluta di questa 63.ma edizione del Festival.


Almamegretta Mamma non lo sa - 6
Annalisa Scarrone Scintille - 4
Chiara Galiazzo Il futuro che sarà - 4
Daniele Silvestri  A bocca chiusa - 5 
Elio e le storie tese La canzone mononota  - 2 
Malika Ayane E se poi - 5 
Marco Mengoni L'essenziale - 8
Maria Nazionale E' colpa mia  - 6
Marta sui tubi Vorrei - 5.5
Max Gazzè Sotto casa - 6
Modà Se si potesse non morire - 5
Raphael Gualazzi Sai (ci basta un sogno) - 7
Simona Molinari con Peter Cincotti La felicità - 5
Simone Cristicchi La prima volta (che sono morto) - 2


giovedì 3 gennaio 2013

IL JUKEBOX DI BRUNO MARS

"Unorthodox Jukebox" è il nuovo lavoro di Bruno Mars, che esce a poco più di due anni dal plurivenduto album "Doo-Wops & Hooligans (2010). Per tutti coloro i quali si aspettano un Mars dalla faccia pulita in perfetto stile "Just the way you are", va però detto che i toni spensierati del disco d'esordio sono stati abbandonati in favore di un sound decisamente black, supportati inoltre da un'immagine 'sciupata' che profuma di ghetti malfamati e non più di sorrisi e cuoricini. Le canzoni di questo disco sono comunque nella maggior parte dei casi favolose: si parte dal singolo di lancio "Locked out of Heaven", musicalmente e nella vocalità vicino allo stile dei Police, per poi passare a brani quali "Moonshine" e/o "Money make her smile" dove Mars - co-autore di tutti i pezzi che compongono il lavoro - per ispirazione ed interpretazione ricorda il miglior Michael Jackson. Benchè l'album sia da lui stesso stato intitolato (e quindi definito) una sorta di jukebox atipico e per l'appunto poco ortodosso, il comune denominatore che lo caratterizza è senz'altro un massiccio ritorno alle sonorità Motown di fine anni '70, del tipo George Benson o giù di lì. In un tripudio di bassi e batterie che regala un'emozione dopo l'altra, Bruno Mars mette a segno un gran bel colpo pubblicando un disco straordinario.

****/*****
Spetta a "Locked out of Heaven", già numero uno negli Stati Uniti,
il compito di lanciare l'ultima fatica discografica di Bruno Mars
(vero nome Peter Gene Hernandez, Honolulu, 8 ottobre 1985).

Tracklist:
 1. Young Girls
 2. Locked out of Heaven
 3. Gorilla
 4. Treasure
 5. Moonshine
 6. When I was your man
 7. Natalie
 8. Show me
 9. Money make her smile
10. If I knew




Sito ufficiale: www.brunomars.com

mercoledì 26 dicembre 2012

VERSO LA LIBERTÀ


Questa tartaruga, o testuggine che dir si voglia,
è sospinta dal proprio istinto verso la salvezza,
per lei rappresentata dal mare.
Lentamente, passo dopo passo,
cercando di stare attenta ad eludere ogni insidia
ella continua ostinatamente il suo cammino.
Ce la farà a superare i pericoli?
A farsi beffe dei predatori?
Riuscirà ad avvicinarsi sempre di più all'acqua,
fino a toccarla e a sentirsi così
libera di vivere in un mondo perfetto per le sue esigenze?
 Non si sa, ma intanto lei seguita a camminare. 
Così è la nostra vita:
abbiamo anche noi un traguardo da raggiungere.
Certo, la Salvezza non è rappresentata dal mare,
ma dal Cielo.
Dovremo quindi a nostra volta eludere insidie,
superare pericoli, farci beffe dei 'predatori'...
E ogni tanto qualcuno si perderà per strada,
per un motivo o per l'altro.
Forse non è quello che avremmo sognato,
ma non ci resta che accettarlo
e continuare a camminare
verso la Libertà.
In fondo il mare - e il cielo -
non sono poi così lontani.  







A tutti coloro che leggeranno questo post, auguro di cuore tanto Amore
e un Nuovo Anno 2013 all'insegna della Libertà...  

venerdì 24 agosto 2012

MADONNA IN CONCERTO A ZURIGO


La lunga attesa sta per essere premiata... 



                         
        Locandina del Tour e biglietti (costo fr. 129,35 cadauno)


Poco dopo le 20.30 di sabato 18 agosto 2012 al Letzigrund Stadio di Zurigo
ha ufficialmente inizio l'unica tappa svizzera del MDNA Tour. A dare il via
all'evento il brano "Girl gone wild".

Quando si è sparsa la notizia che dopo quattro anni di assenza Madonna sarebbe tornata in Svizzera per un concerto, insieme con un caro amico che tempo addietro io stesso ho contagiato di "madonnamania" si decide di andare a vederla; d'altro canto non capita tutti i giorni che la popstar più famosa del pianeta faccia tappa qui da noi, pertanto prenotiamo i biglietti con largo anticipo e sabato 18 agosto partiamo di buon mattino alla volta di Zurigo. Uno splendido sole rende più piacevole un viaggio in auto durato poco meno di 4 ore. Arriviamo in città verso le 14.00, cerchiamo parcheggio e poi ci dirigiamo subito al Letzigrund Stadio per verificare l’entrata giusta. Neanche un centinaio di fan alle porte lasciano presagire ad una sorta di mezzo flop, specie in considerazione del fatto che Stefano, l'amico di cui sopra, qualche settimana prima ha visto Madonna a Milano e mi fa notare che appena arrivato già c'erano una marea di fan fuori San Siro. In fondo io sono però poco interessato al pubblico; per me si tratta del primo super concerto ed esordire con la più grande icona pop di tutti i tempi mi rende terribilmente nervoso. Sarà come l'ho sempre sognata oppure mi deluderà? In fondo se fino ad ora non l'ho ancora vista è perché fondamentalmente ho sempre avuto il timore che la realtà non sia all'altezza dell'ideale che mi sono fatto! Anyway, nelle vicinanze ci sono alcune bancarelle con la merce del fan club: fra i vari gadgets, noto una t-shirt luccicante che mi colpisce in modo particolare tuttavia, per questioni di raggiunti limiti d'età, lascio perdere (ne comprerò un'altra con la scritta "Boy gone wild", visto che per 'fare i selvaggi' non si è mai troppo vecchi). Per rifocillarci mangiamo qualcosa e mentre Stefano si assenta un momento ne approfitto per chiamare mia cugina e farle gli auguri per i suoi 50 anni. Tutt'intorno comincia ad esserci un bel movimento. Per poterci accaparrare i posti migliori molliamo il piatto e ci dirigiamo ai cancelli. L'attesa è ancora lunga: incontriamo amici madonnari, ripristiniamo le risorse idriche, con il cuore che improvvisamente sobbalza alla gola la sentiamo mentre prova i pezzi in lontananza... insomma: l'energia che Madonna riesce a scatenare non è stata mai così palpabile. L'adrenalina continua a salire e alle 16.30, quando aprono i cancelli, corriamo a più non posso per raggiungere i posti migliori. L’entrata allo stadio è a dir poco emozionante; lancio un urlo da guinness dei primati. Arriviamo alle transenne subito dopo la ‘golden circle’ (posti a cerchio privilegiati e molto costosi riservati a pochi): non avremmo potuto trovare miglior collocamento! Si simpatizza con due ragazzi che lavorano a Zurigo, lui è messicano, lei ha origini canadesi. C'è bella gente intorno e ne continua ad arrivare. Chi con la maglietta di qualche altro concerto, chi con foto dei periodi anni '80 e '90,  lesbiche, gay, famiglie intere cosiddette tradizionali, insomma: quel che si dice un vero e proprio pubblico eterogeneo. Apre le danze Martin Solveig, dj di fama mondiale nonché co-autore di alcuni brani dell’ultimo album di lady Ciccone, il quale mixa abilmente dette canzoni con altri grandi successi, vedi Avicii, David Guetta, l'iper-inflazionato Gotye. Ulteriori (meravigliosi) intermezzi musicali affidati a pezzi storici di Michael Jackson e Diana Ross. Madonna dovrebbe arrivare alle 20.30 ma sappiamo che ha sempre almeno un'ora di ritardo... e invece alle 20.40, minuto più minuto meno, sul palco scende un incensario, parte la base e di lì a poco arriva lei, tutina e cappello qualche ora prima mentre provava, ora magnetica diva che fa il suo ingresso sulle note di ”Girl gone wild”: roba da togliere il fiato! Urlo nuovamente fino a sgolarmi, poi mi giro; è passata solo una mezz'ora dall'ultima volta che l'ho fatto ma ora dietro di me c'è una fiumana di gente che così tanta non ne avevo mai vista, tutti sotto un cielo che intanto si fa serale e stellato mentre Madonna porta in scena "Gang Bang" e altri brani tratti dall'album MDNA. Intermezzo social politico in favore delle Pussy Riot, gruppo musicale russo severamente punito per atteggiamenti un po’ troppo sfrontati e libertini; Madonna dice che nella vita vanno prese delle posizioni e fa riferimento alla neutralità elvetica, sortita poco felice visto che spesso anche chiamarsi fuori può voler dire avere un’idea ben precisa poi, conscia del fatto che non potrà cantare e ballare in eterno, con voce un po’ rotta promette di dedicare il resto della sua vita a combattere contro ogni tipo di discriminazione. La gente applaude. Lo show continua, scenografie a tratti grottesche e circensi, balletti, cambi d’abito, tanto famigerato playback da far venire un’ulcera perforata al già inacidito Elton John si alternano a momenti decisamente più buoni, come lo slow version sensuale e un po’ decadente di "Like a Virgin", brano che nel 1985 la consacrò mondialmente eseguito in maniera impeccabile e con tanto di spogliarello, piuttosto che la messa in scena del nuovo singolo "Turn up the radio" o quella di classici quali "Vogue" e/o "Human Nature".  E di natura umana Madonna sembra voler parlare anche nel tanto criticato video di “Nobody Knows me” (http://youtu.be/v3ApCeN7M7c), quello che le è costato una causa con Marine Le Pen, esponente di destra del governo francese. Sullo schermo i volti di ragazzini uccisi(si) poiché gay si alternano a quelli di papa Ratzinger e della succitata Le Pen, o a quello della stessa Madonna adattato ad un’infinità di etnìe, quasi a volerci ricordare che siamo tutti la faccia di una medesima medaglia, molto spesso piena di contraddizioni. A fare davvero la differenza è il vero Amore, quello non terreno. Emozionante, toccante. Si prosegue con pezzi del nuovo repertorio: "I'm a Sinner", "I don't give A" con tanto di contributo video da parte di Nicky Minaj, "I'm addicted", "Express yourself" riveduta e corretta con l'inserimento di "Born This Way" che Lady Gaga le ha plagiato. Arriva quindi il momento di “Like a Prayer”, la canzone che le riesce meglio: appena parte ripenso a quando la sentivo venticinque anni prima e mi chiedo cosa sia rimasto di quel ragazzo: parecchio in fin dei conti. Mi sento rincuorato & rassicurato. Quanto a Madonna, ogni incertezza è fugata: lei è una realtà che va di pari passo con il sogno che rappresenta. Se non canta come Céline Dion non è un problema, tanto nessuno va ai suoi concerti in cerca di sublimi gorgoglii, da lei ci si aspetta ben altro e chi la ama non può rimanere deluso dal suo spettacolo. Arriva il gran finale con “Celebration”: luci, colori, una portentosa iniezione di energia benché si sia giunti in chiusura. Terminato il brano Madonna scompare. Sono circa le 23.00 quando abbandoniamo quel luogo di ritrovo dove in 40'000 abbiamo applaudito un mito e in effetti, malgrado venga costantemente attaccata, Madonna va considerata tale poiché più di ogni altro artista rappresenta la quintessenza del gusto della gente. In lei, che da quasi 30 anni canta i nostri sogni e le nostre trasgressioni più segrete, volenti o nolenti ci possiamo rispecchiare un po’ tutti. “Nobody knows me” insegna.


Particolarmente intensa la slow version di "Like a Virgin"


I momenti salienti del concerto 




lunedì 28 maggio 2012

'AMICI' - QUANDO LA TV DÀ IL SUO PEGGIO

Alcuni dei talentuosi partecipanti della primissima edizione di "Saranno Famosi", poi divenuto "Amici"
per motivi di diritti d'autore. Tutti i giovani si presentavano per una materia, per esempio 'canto',
ma durante l' "anno scolastico" venivano istruiti anche in altri settori: danza, recitazione, musical.
Al termine del programma un alunno considerato valido sapeva distinguersi in tutte le discipline.
Al centro l'ideatrice e conduttrice del programma: Maria de Filippi (50 anni).

C'era una volta "Saranno Famosi", poi divenuto "Amici" per motivi di Copyright. Da questo programma, ai suoi esordi intelligentemente lontano dalle polemiche e dai contenuti da salotto di terz'ordine che avrebbero preso il sopravvento nelle edizioni a venire, uscirono ragazzi straordinariamente dotati: Valeria Monetti, duttile attrice in grado di cantare canzoni nella medesima tonalità di Mina, ora acclamata nei suoi spettacoli teatrali; Leon Cino, ballerino di valore che per alcune stagioni ha gravitato nel programma come professionista; Ambeta Toromani, leggiadra e a sua volta validissima dancer di classica pure ripetutamente confermata nel cast della trasmissione; Karima (Ammar), cantante di spessore ripresa in gara questa stagione nonchè artista capace con la sua voce di impressionare persino Burt Bacharach ma puntualmente perdente contro altri giovani che con il talento non c'entrano granchè. Quest'anno poi si sono toccati livelli davvero imbarazzanti: la finta-cattiva 'professoressa' di danza Alessandra Celentano (per la verità ci gioca a fare la severa ma pretende più che altro un'auspicabile professionalità), aveva nella sua schuderia una ballerina, tale Francesca Dugarte, nata in Venezuela ed effettivamente dotata di un certo talento; fra i ragazzi invece i professori si sono prodigati per far esibire al meglio elementi poco dotati, o comunque con parecchie lacune, quali Nunzio Perricone, Jonathan Gerlo e il meno peggio, il diciannovenne vincitore Giuseppe Giofrè, che ha fatto salire alle stelle i battiti cardiaci del professore Garrison Rochelle e che, in finale con la succitata Francesca, essendo effettivamente di bella presenza ha conquistato i voti di tutte le ragazzine che seguono il programma. Ma ci sono altri spunti su cui vale la pena di riflettere: per prima cosa, passando per un attimo ai cosiddetti 'big' (i ragazzi usciti da "Amici" che hanno già raggiunto il successo), lo sconcerto di scorgere una superospite come Sharon Stone che piange davanti ad un'esibizione della pur vocalmente dotata Alessandra Amoroso; reazione che sostanzialmente può voler dire due cose. Uno: la Stone attraversa un periodo di depressione talmente forte che il solo cinguettìo di un passero le fa versare fiumi di lacrime. Due: nessuno - membri dell'Academy Awards inclusi - si è ancora reso conto che in realtà la Diva americana è la più grande attrice di tutti i tempi. Ad ogni modo e al di là di questo, vedere la mitica Arena di Verona in esaltazione per il nulla, o poco più, è stato quasi un 'dolore'. Quel palco che, attraverso lo storico Festivalbar, ha visto avvicendarsi i più grandi cantanti italiani e stranieri di sempre, ridotto a fare da sede per l'epilogo di un mix fra contenitore, reality di basso ordine e 'bimbiminkia' agguerriti che pensano di essere delle star planetarie. E Maria, padrona di casa un tempo deliziosamente timida, si lancia ora in improbabili passi di danza, canta, mette in scena il triangolo dell'anno fra la cantante Emma Marrone, quella cannocchia di Belen Rodriguez e il ballerino Stefano Di Martino e in più, come se tutto questo già non bastasse, durante le puntate finali chiama parenti e giornalisti ad elencare le innumerevoli doti dei suoi pargoli da che hanno emesso il primo vagito ai giorni attuali. Si scopre così, parola di una decina fra i più quotati critici musicali accreditati alle migliori testate con tanto di bigliettino di appunti alla mano, che Pierdavide Carone è il più grande cantautore italiano degli ultimi periodi... certo, non che ci si limiti a dire che il ragazzo ha della stoffa: è proprio il più grande! E lui, modesto, si lancia in una reinterpretazione di "Another brick in the Wall" dei Pink Floyd. Per non parlare di Valerio Scanu, tanto presuntuoso da parlare di manager come se fosse Madonna e battibeccare in diretta con il sempre mitico Mauro Coruzzi-Platinette, reo di avergli detto che in fin dei conti il suo disco andrebbe più che altro lanciato dalla finestra: cose da film horror o giù di lì. La spocchia poi di un'Emma Marrone ormai eroina nazionale che si lancia in considerazioni da donna vissuta scagliando anatemi contro la rivale Rodriguez o di Alessandra Amoroso, poco prima elogiata per la sua incommensurabile umiltà, agghindata invece durante l'esibizione come se avesse dovuto presentarsi alla Cerimonia degli Oscars è tutto dire. Meglio, e alcuni critici almeno questo lo hanno capito, chi ancora mantiene i piedi un po' per terra, alias Annalisa Scarrone. Ad ogni modo, e questa è la cosa che conta, i giovani comprano i loro dischi, quelli del simpatico Marca Carta e di Emma in primis. Tutti gli albums dei protagonisti sono in classifica e Mediaset non fa che sottolinearlo ossessivamente. Peccato però nessuno sottolinei come invece la compilation di quest'anno, se non avesse avuto il traino delle canzoni proposte dai ragazzi cosiddetti "big", sarebbe rimasta in gran parte a far polvere sugli scaffali dei negozi (o sul sito I-tunes da dove viene scaricata). Segno che il talento in questa edizione del programma non è mai stato molto di casa. Certo, perchè fra i 'pulcini', quelli che cioè big ancora non lo sono, non ce n'era uno, neanche uno che avesse davvero la capacità di bucare in qualche modo lo schermo. Tale Carlo, per sua stessa ammissione cresciuto a pane e Whitney Houston, ha la voce calda ma manca totalmente di presenza scenica; Ottavio, suo antagonista per il titolo di vincitore, ha un timbro possente ma è ben poco personale mentre Gerardo, il vincitore effettivo nonchè pupillo della talent-scout (?) Mara Maionchi, ha messo tutti d'accordo, nel senso che non avrebbe dovuto vincere il programma! Con che criterio Rudy Zerbi, la stessa Maionchi e Grazia Di Michele abbiano scelto questi ragazzi non è lecito saperlo ma, ascoltandoli, c'è davvero da sperare che nessuno diventi un nome influente del panorama musicale italiano poichè se passa ancora questo tipo di messaggio, per la musica, per gli artisti veri che ci provano seriamente e che hanno del talento effettivo, sarebbe una grossa mazzata. Maria de Filippi ha recentemente dichiarato di soffrire di ‘ansia da risultato’, nel senso che si agita per i numeri dei suoi programmi che vuol vedere sempre primeggiare. Beh, per quanto concerne “Amici” un consiglio per risolvere il problema alla radice sorge spontaneo: basta concluderlo una volta per tutte! Così la signora si risparmia i tormenti degli indici di ascolto e noi tutti possiamo sospendere l'assunzione di antiemetici. Scherzi a parte, sarà senz'altro stata sollevata dall'aver nuovamente segnato uno share di tutto rispetto durante le due serate finali trasmesse da Verona, ma qualcuno dovrebbe renderla attenta sul fatto che un motivo d'ansia, per chi tanto spesso utilizza il termine talento, potrebbe essere rappresentato dal fatto di aver proposto uno spettacolo pessimo, una sagra del kitsch spesso melensa e dall'oggettivamente esiguo valore artistico. Questo dovrebbe infastidirla! Ma purtroppo è ormai più che palese che l'intenzione con cui viene confezionato il 'talent' è a questo punto ben diversa da quella che animava lo staff ai tempi degli esordi. La de Filippi, da donna intelligente qual'è, di sicuro lo ha notato, ma evidentemente le fa comodo co$ì.

La mitica Arena di Verona, fino a qualche anno fa storica location del mitico Festivalbar,
ora cornice della finale della trasmissione Mediaset.